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Report Settimanale Mercati Globali: Panic Selling? AI, BIG TECH E ORO IN GUERRA: cosa può cambiare a Wall Street

Sante Pellegrino
Sante Pellegrino
Trader Professionista, Formatore Bancario e Imprenditore Finanziario
21 mar 2026
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Oro e argento reduci da una correzione dopo i massimi storici, dollaro in rimbalzo ma ancora fragile, indici azionari USA in fase di consolidamento mentre la Fed conferma i tassi al 3,50–3,75% sotto la pressione politica della nuova amministrazione Trump.

Banche centrali, dati macro e mercati in modalità “data dependent”

Questa settimana (16–21 marzo) i mercati globali sono stati dominati da una fitta sequenza di appuntamenti macro e dalle decisioni delle principali banche centrali, che hanno alimentato volatilità su valute, azionario e curva dei tassi. 

Al centro dell’attenzione la riunione del FOMC, con tassi invariati ma dot plot e conferenza di Powell determinanti per ridefinire le aspettative sui futuri tagli e, di riflesso, sul percorso del dollaro e dei Treasury. Nel giro di poche ore si sono poi susseguite le decisioni di BoE, ECB, BoJ e altre autorità monetarie, tutte impegnate a bilanciare un’inflazione resa più ostinata dal rally del petrolio e dalle tensioni geopolitiche, contro segnali di rallentamento della crescita in USA, Europa e Cina. 

Sul fronte dati, PPI e indicatori di attività statunitensi, inflazione canadese e mercato del lavoro australiano hanno contribuito a irrigidire le curve governative e ad allargare gli spread, mentre gli indici azionari hanno registrato una terza settimana debole, penalizzando in particolare i segmenti growth e ciclici. In questo contesto, l’energia ha continuato a guidare la price action sulle commodity, con il balzo del greggio che riaccende i rischi inflattivi e sostiene l’oro come asset rifugio di medio periodo, confermando un regime di mercato in cui ogni singolo dato macro viene immediatamente tradotto in riprezzamento delle traiettorie dei tassi e delle principali coppie FX.

 

Wall Street e VIX: quadro generale

Gli indici USA sono effettivamente in modalità più difensiva, con l’S&P 500 reduce da una sequenza di sedute negative e da un arretramento fino in area 6.47–6.60 circa, ai minimi da diversi mesi, dopo il sell-off di metà marzo e la rottura di supporti importanti.
La volatilità implicita, misurata dal VIX, si è portata stabilmente sopra 20 con spike nell’area 25–27 nella seduta di venerdì 20 marzo 2026, in coerenza con una transizione da regime di bassa volatilità a regime intermedio, ma ancora lontano dai picchi di stress sistemico visti in passato.

La lettura di “correzione ordinata all’interno di un trend primario ancora rialzista” è compatibile con il contesto: i livelli mensili dell’S&P 500 restano infatti ben sopra i valori di un anno fa, nonostante la flessione delle ultime settimane.Anche l’idea che il mercato stia ricalibrando multipli e premi per il rischio, più che entrando in una vera fase di distribuzione di lungo periodo, è allineata al fatto che, pur con ribassi significativi, non si è ancora vista una capitolazione né segnali tipici di panico diffuso sui principali indicatori di stress.

S&P 500: livelli e struttura tecnica

Il riferimento a un close sotto 6.550 come “linea nella sabbia” è compatibile con la dinamica recente: il ribasso ha effettivamente portato l’indice a lavorare nel corridoio 6.47–6.60, con rottura e retest di aree precedentemente considerate supporti di medio periodo.
La definizione di S&P in area 6.500 è quindi realistica a livello di ordine di grandezza, ma va intesa come zona (6.45–6.55) più che come singolo tick.

Sulla parte medie mobili, i dati mostrano che il prezzo è sceso sotto la 50 sedute e sta lavorando in prossimità o leggermente sotto la 200 sedute, a conferma di una fase correttiva avanzata ma non ancora formalmente in bear market.
Le tue aree di supporto 6.500 e 6.350–6.300 sono coerenti con i minimi di inizio/metà marzo e con i pivot tecnici presenti sulle principali piattaforme, ma vanno proposte come fasce di prezzo, non come numeri “assoluti”, perché le diverse fonti riportano lievi differenze sui livelli intraday.

Anche la fascia 6.650–6.700 e l’area 6.800 come ex supporto ora resistenza sono compatibili con i principali livelli di pivot point e con il posizionamento delle medie di breve/medio periodo, che gravitano poco sopra i prezzi correnti.
La lettura delle candele – range ampi, chiusure nella parte bassa, shadow inferiori poco sviluppate – è coerente con una pressione in vendita ancora dominante, e l’idea di monitorare eventuali martelli o engulfing rialzisti in area 6.350–6.300 è tecnicamente sensata come possibile segnale di esaurimento della correzione.

VIX: regime di volatilità

Il VIX si trova effettivamente in una fascia 24–27, con movimenti in accelerazione nella settimana in cui l’S&P 500 ha violato i supporti chiave, confermando il passaggio da un regime di bassa volatilità a uno intermedio.
La descrizione di un VIX stabilmente sopra 20, con spike verso 26–27, è quindi in linea sia con i dati giornalieri disponibili sia con il quadro di un mercato più nervoso ma non ancora in modalità panico.

Anche l’impostazione tecnica è corretta: il VIX è sopra le principali medie di breve periodo, con slope positiva, a conferma di momentum rialzista sulla volatilità.

Come aree di riferimento, una fascia 17–18 come supporto di “normalizzazione”, 24–25 come prima resistenza intermedia e 27–30 come zona di stress elevato sono soglie storicamente ragionevoli, compatibili con fasi di sell-off più marcate sull’azionario.

L’osservazione sulle candele del VIX con spike superiori pronunciati – tipici “volatility spike” rientrati – descrive bene la natura di un mercato nervoso ma ancora ordinato; solo un close pieno sopra 27–30 con corpo ampio costituirebbe un chiaro segnale di cambio di regime verso uno scenario più aggressivo.

Nasdaq 100: trend primario rialzista, consolidamento nel range

Il Nasdaq 100 si muove nelle ultime sedute in un corridoio compreso grosso modo tra 23,9 e 24,4 mila punti, con l’area 24.000–24.100 che continua a funzionare da supporto e la fascia 26.000–26.050 che si conferma principale area di resistenza, in linea con uno scenario di ampio trading range/triangolazione simmetrica. Il trend primario rimane impostato al rialzo, con massimi storici in prossimità di 26.000–26.600 punti e una sequenza di minimi crescenti su timeframe settimanale e mensile rispetto ai livelli di fine 2024 e inizio 2025.

Dal punto di vista delle medie mobili, l’indice oscilla attorno alle medie di medio periodo (50–100 sedute), mentre la 200 giorni si mantiene più in basso, in deciso uptrend, a conferma di una fase correttiva interna a un bull market e non ancora di un’inversione ribassista strutturale. Anche la regressione lineare trimestrale in progressivo appiattimento, con i prezzi che si collocano nella metà inferiore del canale, segnala un rallentamento del momentum rialzista e una maggiore probabilità di consolidamento laterale rispetto a un’immediata ripartenza impulsiva.

Le aree tecniche chiave risultano ben definite: 24.000 come supporto primario, in corrispondenza dei minimi non rivisti da novembre 2025; 26.000 come resistenza principale e zona di massimi storici; 25.000 come midpoint psicologico e operativo del range. Un’eventuale rottura decisa di 24.000 aprirebbe spazio verso 23.000–22.500 punti, in linea con i target ribassisti indicati da varie case d’investimento, mentre gli scenari più prudenti collocano un primo obiettivo intermedio in area 22.200–22.500.

La dinamica della price action – corpi delle candele relativamente contenuti, shadow sia superiori sia inferiori e progressiva compressione della volatilità – restituisce l’immagine di un consolidamento in attesa di breakout, coerente con il grande pattern di triangolo/symmetrical range in formazione da novembre 2025. In prossimità di 24.000, la ricorrenza di hammer e long lower shadow testimonia la presenza di domanda in acquisto su debolezza; il mancato ripetersi di questi segnali in caso di nuovo test del supporto rappresenterebbe un chiaro segnale qualitativo di deterioramento della profondità del bid.

Sul fronte degli oscillatori, una configurazione con RSI in zona neutrale e MACD piatto attorno alla linea dello zero inquadra il Nasdaq 100 in una fase di momentum neutrale/leggermente positivo, dopo l’eccesso di ipercomprato di fine 2025. In ottica intermarket, resta cruciale l’incrocio tra l’eventuale breakout del range 24.000–26.000 e il comportamento congiunto di S&P 500 e VIX: una rottura direzionale confermata, accompagnata da segnali coerenti sugli altri indici USA e da un movimento ordinato della volatilità implicita, costituirebbe il driver principale per ricalibrare il rischio sull’intero comparto tecnologico statunitense.


NASDAQ

 

Nasdaq

 

DAX ed EuroStoxx 50 la struttura tecnica

Alla chiusura di venerdì 20 marzo 2026 il DAX cash ha terminato la seduta in area 22.380 punti, dopo una settimana dominata da vendite diffuse e da una volatilità in forte rialzo, innescata dalla combinazione tra shock energetico, rendimenti in salita e rinnovate tensioni geopolitiche. Rispetto al close di venerdì 13 marzo intorno a 23.760 punti, l’indice ha perso nell’ordine del 5–6% in cinque sedute, ampliando una correzione partita dai massimi storici di metà gennaio poco sopra 25.500 punti e trasformando il bilancio da inizio anno in un –9% circa, con una performance a dodici mesi tornata marginalmente negativa. 

La fase in corso arriva dopo l’ampio rally del 2025 e appare quindi sempre più come un “re-pricing” profondo del rischio macro ed energetico, più che come un semplice pullback tecnico di breve.

Dal punto di vista della price action, il mercato ha ormai abbandonato il vecchio corridoio dei massimi storici in area 25.000–25.600 punti e anche il successivo range di consolidamento 23.300–24.000 è stato rotto al ribasso.

I prezzi stanno ora lavorando in una fascia più bassa, compresa grosso modo tra 22.300 e 23.800 punti, con i tentativi di rimbalzo che tendono a essere respinti in prossimità di 23.300–23.500, nuova area di offerta dove transitano anche alcune medie mobili di breve e medio periodo. Questa zona, che nelle scorse settimane fungeva da supporto intermedio, è diventata una resistenza chiave: finché il DAX resterà sotto tale soglia, il sentiment rimarrà fragile e i rimbalzi verranno inquadrati come semplici correzioni di una tendenza ribassista di breve.

Sul fronte dei supporti, la prima area tecnica rilevante si colloca ora tra 22.000 e 22.500 punti, vicino ai minimi delle ultime sedute e a ridosso della fascia in cui si concentrano le medie mobili di lungo periodo (100–200 sedute), secondo quanto emerge dall’analisi delle serie dei futures.

Una violazione decisa e confermata di questa zona aprirebbe spazio, nei ragionamenti di diversi desk, verso livelli inferiori intorno a 21.500–21.000 punti, dove si collocano importanti basi di congestione formatesi nel corso del 2025. 

Per contro, il mantenimento del prezzo sopra 22.000–22.500 manterrebbe ancora in piedi la narrativa di una correzione profonda ma inserita all’interno di un trend rialzista di fondo, con le medie di lungo a fare da discriminante fra semplice “reset” dopo gli eccessi di inizio anno e vero cambio di regime.

La volatilità implicita e realizzata sull’indice è cresciuta in modo netto rispetto alla fase di compressione di inizio 2026, in corrispondenza dei massimi; le oscillazioni intraday hanno superato più volte il 3–4% e le bande di Bollinger giornaliere risultano ora decisamente allargate, con i corsi che stazionano prevalentemente nella metà inferiore del canale, in una configurazione tipica di una fase correttiva avanzata più che di euforia sui top. 

Gli oscillatori come l’RSI(14), pur da verificare operativamente sui grafici proprietari, si collocano verosimilmente in una fascia di bassa-neutralità (area 35–40), coerente con un mercato sotto pressione ma non ancora in ipervenduto estremo, mentre su alcuni time frame intraday emergono le prime divergenze rialziste sui minimi, con prezzi che aggiornano marginalmente i floor a fronte di un momentum ribassista che fatica ad accelerare ulteriormente. 

A orizzonte 6–12 mesi, la regressione lineare dei prezzi continua comunque a inquadrare il DAX dentro un canale rialzista di fondo: rispetto ai minimi dell’aprile 2025 in area 20.200 punti, i low attuali restano più alti e le quotazioni, seppur scivolate nella parte medio-bassa dell’inviluppo, non hanno ancora rotto con decisione la traiettoria ascendente di medio periodo.

Questa coesistenza tra un canale rialzista di lungo ancora formalmente integro, supporti ascendenti messi sotto pressione e resistenze ravvicinate che respingono sistematicamente i recuperi delinea una fase di vero e proprio stress-test per il trend dominante dell’azionario tedesco. La capacità dell’indice di difendere nelle prossime settimane la zona 22.000–22.500 sarà cruciale per capire se il “re-pricing” del rischio energetico e geopolitico, alimentato da un Brent risalito in area 110 dollari al barile e da un contesto di politica monetaria ancora restrittivo in Europa, resterà confinato a un consolidamento profondo ma fisiologico o se segnerà l’avvio di una fase di relativa debolezza strutturale del mercato tedesco rispetto agli altri listini globali.

L’EuroStoxx 50, dal canto suo, ha chiuso venerdì 20 marzo in area 5.640 punti, proseguendo una correzione che lo ha visto arretrare dai massimi di fine febbraio in zona 6.200 sotto la soglia psicologica dei 6.000, con un corridoio di congestione che nelle ultime settimane si è spostato verso il basso tra 5.600 e 5.900 punti. 

La performance degli ultimi trenta giorni è negativa nell’ordine del 4–6%, mentre su dodici mesi l’indice europeo mantiene ancora un guadagno di qualche punto percentuale, a conferma di una struttura rialzista di medio periodo che, pur messa sotto pressione, non è stata ancora invertita in modo netto. 

In termini tecnici, le resistenze di breve restano concentrate nella fascia 5.850–5.900 e, più in alto, in area 6.000–6.050, dove si sono ripetutamente infranti i tentativi di recupero, mentre sul lato opposto i supporti principali si collocano tra 5.650–5.600 punti, con un livello più profondo in area 5.450–5.500 visto da molti operatori come spartiacque fra una correzione ancora gestibile e uno scenario di revisione più radicale del trend plurimensile.

Nel complesso, i dati aggiornati suggeriscono che, dopo il forte rialzo del 2025, il mercato azionario dell’area euro stia attraversando una fase di assestamento laterale-discendente, con probabile permanenza delle quotazioni, in assenza di catalyst positivi, nelle fasce 5.600–5.900 per l’EuroStoxx 50 e 22.000–23.800 per il DAX nelle prossime settimane. I driver chiave restano i prossimi dati sull’inflazione dell’Eurozona, le decisioni della BCE in materia di tassi e, soprattutto, l’evoluzione del quadro energetico e delle tensioni nell’area del Golfo, che stanno alimentando un rally del greggio e un deterioramento delle condizioni di costo per l’industria europea. 

In questo contesto, i livelli tecnici citati assumono un ruolo centrale per valutare se il movimento in atto stia semplicemente riportando i listini su traiettorie di crescita più sostenibili dopo gli eccessi di inizio anno o se non stia invece iniziando a segnalare un indebolimento più strutturale della narrativa di crescita per il Vecchio Continente.

 

EUR/USD: rimbalzo dalla zona 1,14 e ritorno in area 1,15–1,16, con la settimana FOMC–BoE a fare da spartiacque

Nel cambio EUR/USD la narrativa di fondo resta quella di una correzione ordinata all'interno di un trend di medio periodo ancora moderatamente rialzista, ma con quotazioni che nelle ultime sedute hanno recuperato terreno rispetto ai minimi toccati il 13–14 marzo in area 1,141–1,142, trovando nuovo equilibrio nella fascia 1,15–1,16 che rappresenta la parte medio-bassa del canale rialzista annuale.

Alla chiusura di venerdì 20 marzo 2026, il fix ECB ha rilevato EUR/USD a 1,1555, in recupero dello 0,66% rispetto alla sessione precedente. Nel corso della settimana 16–21 marzo, il cross ha oscillato in un range compreso tra un minimo di circa 1,1417 (lunedì 16, in continuità con i minimi della settimana precedente) e un massimo di 1,1589 toccato il 19 marzo, con un'ampiezza di banda di circa 170 pips che riflette una volatilità in aumento rispetto alla settimana precedente, alimentata dal denso calendario di banche centrali. Lunedì 16 marzo l'EUR/USD transitava in area 1,1482–1,1493, con i mercati che iniziavano ad anticipare le decisioni di Fed e BoE.

Il dato più rilevante della settimana dal punto di vista macro-fondamentale è stata la decisione della Federal Reserve del 18 marzo: l'FOMC ha votato 11-1 per mantenere i tassi fermi nel corridoio 3,50–3,75%, confermando le aspettative di mercato ma con un tono volutamente cauto. La Fed ha segnalato che nelle proiezioni mediane si prevede un solo taglio nel 2026, con Powell che ha ammesso che l'FOMC ha discusso anche della possibilità di un rialzo all'inizio dell'aprile in caso di persistenza dell'inflazione energetica. Il dot plot resta in modalità "higher for longer" tattica, e questo ha limitato il rimbalzo dell'euro nella prima parte della settimana, prima che il recupero prendesse corpo giovedì 19 con l'EUR/USD in salita verso 1,1589.

Su base mensile l'euro ha guadagnato circa l'1,5–2% rispetto ai minimi di inizio marzo, con il cambio che stava navigando in area 1,14 il 13–14 marzo e che ora si riposiziona intorno a 1,1555. Il bilancio a dodici mesi rimane nettamente positivo: secondo il confronto BCE tra 20 marzo 2025 e 20 marzo 2026, la variazione è di +0,66% sulla singola sessione, ma su base annua il cambio tratta con un apprezzamento dell'euro superiore al 6–7% rispetto ai livelli di marzo 2025 — confermando un quadro di lungo termine non strutturalmente "dollar strong", nonostante il recupero tattico del biglietto verde nelle ultime settimane.

La price action della settimana 16–20 marzo ha mostrato un recupero progressivo dopo i minimi: da 1,1417 di lunedì il cross è salito verso 1,1589 giovedì 19, per poi chiudere il venerdì a 1,1555 in calo marginale dello 0,12%, disegnando un'escursione settimanale compatibile con una fase di stabilizzazione più che di rottura direzionale. L'ATR giornaliero stimabile per la settimana si colloca nell'ordine di 50–80 pips, con le sessioni più direzionali giovedì (post-BoE, in scia alla decisione unanime di mantenere il tasso al 3,75%) e mercoledì (post-FOMC) che hanno registrato ampiezze superiori alla media.

Dal punto di vista delle medie mobili giornaliere, la MM20 e la MM50 rimangono collocate nella fascia 1,155–1,165, con i prezzi attuali che si trovano a ridosso di queste resistenze dinamiche dopo il recupero. La configurazione resta quella di un mercato che testa dal basso le medie di breve periodo, situazione coerente con una fase di rimbalzo tecnico post-spike ribassista più che con la ripresa di un movimento impulsivo al rialzo. La MM100 e la MM200, più distanti, continuano a fungere da riferimento strutturale del trend rialzista su scala annuale.

La mappa dei livelli tecnici aggiornata alle sedute 19–21 marzo individua:

  • Supporti di breve: 1,1417–1,1436 (minimi della settimana e livello S1 di diverse analisi); sotto, zona 1,1350–1,1300 come potenziale estensione ribassist
  • Resistenze: 1,1555–1,1580 (area di chiusura venerdì e massimi intraday recenti); sopra, la fascia 1,1618–1,1680 come primo ostacolo significativo, con 1,1750–1,1810 come area di offerta di medio

Gli indicatori di momentum restituiscono un quadro in miglioramento marginale rispetto alla settimana precedente: l'RSI(14) daily dovrebbe essersi riportato intorno a 45–50, in risalita dalla zona 40–42 toccata sui minimi di metà marzo, senza tuttavia raggiungere letture di ipercomprato. Su timeframe settimanale il momentum resta in transizione tra fase di debolezza e possibile stabilizzazione, mentre su mensile la struttura rialzista di fondo è ancora integra.

I modelli di regressione su 12 mesi continuano a inquadrare l'EUR/USD in un canale rialzista di fondo, con i prezzi attuali tornati verso la parte centrale dell'inviluppo statistico dopo aver sfiorato la banda inferiore la settimana scorsa. La correzione sembra quindi aver trovato un punto di equilibrio temporaneo nella fascia 1,1420–1,1550, coerente con uno scenario di "consolidamento nel trend" piuttosto che di inversione strutturale.

In sintesi, alla data del 21 marzo 2026, l'EUR/USD ha recuperato la zona 1,1555 dopo i minimi di metà marzo, con la settimana delle banche centrali (Fed hold al 3,50–3,75%, BoE hold al 3,75%) che ha ridotto l'incertezza di breve senza tuttavia chiarire il percorso direzionale. I prossimi catalyst — dati CPI USA di aprile, evoluzione del conflitto in Medio Oriente e impatto del petrolio sull'inflazione, guidance BCE — saranno determinanti per stabilire se il rimbalzo verso 1,15–1,16 avrà la forza di trasformarsi in una nuova gamba rialzista verso 1,17–1,18 o se l'area 1,14–1,15 tornerà come zona di test in caso di ulteriore deterioramento del risk sentiment.

 

Eur Usd

GBP/USD: balzo verso 1,349 post-BoE, ma il canale correttivo rimane intatto

La sterlina ha vissuto la settimana 16–20 marzo all'insegna di una volatilità superiore alla media, con la decisione unanime della Bank of England del 18 marzo di mantenere il Bank Rate al 3,75% che ha prodotto un allungo significativo del cable giovedì 19: la seduta del 19 marzo si è chiusa con un progresso dell'1,25%, con la resistenza immediata aggiornata a quota 1,349. Il GBP/USD ha oscillato nell'arco della settimana in un range approssimativo 1,3270–1,3490, con i minimi di inizio settimana vicini all'area 1,33 e i massimi post-BoE in prossimità di 1,35.

La decisione della BoE è stata unanime (9-0) e motivata dall'impatto del conflitto in Medio Oriente sui prezzi energetici globali, che giustifica prudenza su ulteriori tagli nel breve: il Comitato ha sottolineato come lo shock energetico rappresenti un rischio al rialzo per l'inflazione nel breve termine, pur in un contesto di disinflazione delle componenti domestiche di prezzi e salari. Il tono del comunicato — che discute esplicitamente scenari di tagli più rapidi e più profondi una volta che il rischio inflattivo si ridimensioni — ha rassicurato i mercati sulle prospettive di medio, contribuendo alla ripresa della sterlina nella seconda metà della settimana.

Per il 20 marzo, le analisi tecniche disponibili profilano un tentativo di correzione ribassista verso il supporto in area 1,3365 come scenario di breve, con la successiva direzionalità condizionata dalla tenuta o meno di tale livello: in caso di recupero sopra 1,3425, si aprirebbe uno scenario di continuazione verso il target di 1,3615; sotto 1,3185 verrebbe invece invalidato il percorso rialzista di breve, con apertura verso 1,2965.

I livelli chiave aggiornati al 20–21 marzo:

  • Supporti: 1,3299 (fondo canale di breve); 1,3307 e 1,3369–1,3377 come livelli intermedi; zona 1,3096–1,3115 come gradino più profondo
  • Resistenze: 1,3425–1,3437 (soglia di conferma rialzista); 1,3533–1,3548 e poi 1,3615–1,3681 come target superiori

Le medie mobili a 20 e 50 giorni transitano ancora poco sopra i prezzi correnti, confermando un trend di medio termine non ancora pienamente ricostituito in chiave rialzista. L'RSI(14) daily si colloca in zona neutrale, con miglioramento nella seconda metà della settimana grazie al rimbalzo post-BoE, ma senza segnalare condizioni di eccesso.

La BoE ha esplicitamente lasciato aperta la porta a un taglio rapido qualora le tensioni energetiche si riassorbissero — scenario che potrebbe ridurre il differenziale di tasso con la Fed e pesare nuovamente sulla sterlina. Il GBP/USD resta quindi un cross ad elevata sensibilità agli sviluppi macro UK (PIL, CPI, mercato del lavoro) e alle notizie geopolitiche legate al Medio Oriente e al petrolio: in uno scenario di risk-off prolungato, la fragilità strutturale del cable potrebbe riemergere con rapidità, mentre un miglioramento del contesto energetico e dati USA più morbidi potrebbero spingere il test delle resistenze in area 1,3530–1,3550 già nelle prossime sedute.

Dollar Index (DXY): ritracciamento sotto 100 dopo il FOMC, ma la struttura rialzista di breve regge

Il Dollar Index ha chiuso la settimana 16–20 marzo in territorio lievemente arretrato rispetto ai massimi di periodo, con la seduta del 20 marzo che ha registrato un DXY a 99,50, in rialzo dello 0,27% giornaliero ma in flessione rispetto al picco di 100,53 toccato il 13 marzo. Il dato longforecast.com aggiorna il valore del 21 marzo a circa 99,51, confermando un DXY che ha lasciato l'area sopra 100 per consolidarsi nel corridoio 99,0–99,7.

Il comportamento del DXY nella settimana è stato coerente con la logica del "buy the rumor, sell the news" sul FOMC: l'indice aveva raggiunto quota 100,53 la settimana precedente in anticipo sulla riunione, salvo poi ritracciare nella seduta del 18–19 marzo quando la Fed ha confermato il hold senza sorprese al rialzo. La tenuta sopra 99,0–99,2 come supporto dinamico è compatibile con la struttura tecnica descritta in precedenza, che identifica il range 99,0–100,0 come "zona di battaglia" chiave.

Su base mensile il dollaro si apprezza di circa +1,84% rispetto a un mese fa, mentre su base annua segna un calo del 4,41%, confermando un quadro di lungo periodo ancora moderatamente dollar-bearish nonostante il bull market tattico delle ultime settimane. Il massimo di 1 mese per il DXY è stato 100,53 (13 marzo), con il minimo a 96,98 del 17 febbraio, per una performance mensile nell'ordine del +3,1%.

Dal punto di vista strutturale, il DXY ha rimbalzato da un supporto critico in area 96–97 — tenuto dal luglio 2025 — e ha ripreso quota 100 per la prima volta nel 2026. La resistenza successiva più rilevante si trova nella fascia 101,9–102,0, area dove le analisi tecniche prevedono un possibile rigetto (probabilità stimata ~45%) o un breakout verso 103,5–104 (scenario al 35%). Il fatto che il mercato stia guidato da driver fondamentali — conflitto in Medio Oriente, petrolio, dati macro USA — rende i livelli tecnici meno deterministici del solito.

La mappa aggiornata dei livelli:

  • Supporti: 99,0–99,2 (più volte testato nella settimana come piano); 98,5–98,6 come livello critico per preservare la struttura rialzista; 97,5–98,0 come "linea del fronte" di medio
  • Resistenze: 99,7–100,0 (area pivot rotto-e-ritestato); 100,5–100,8 (massimi recenti); 101,9–102,0 (resistenza strutturale di lungo)

Sul fronte del momentum, l'RSI(14) daily dovrebbe essersi riportato verso la fascia 55–60 dopo aver sfiorato condizioni di ipercomprato (sopra 70) nella settimana del 9–14 marzo, suggerendo che la pressione ribassista a brevissimo si è parzialmente riassorbita senza tuttavia compromettere la struttura rialzista. Su timeframe settimanale il quadro resta costruttivo, con spazio per ulteriori estensioni qualora i dati USA sorprendano nuovamente al rialzo e il contesto energetico rimanga teso.

Il principale catalyst di breve rimane il binomio petrolio–inflazione USA: con la Fed che ha discusso esplicitamente la possibilità di un rialzo ad aprile e con il conflitto in Medio Oriente che continua ad alimentare pressioni sui prezzi energetici, il premio difensivo del dollaro non è destinato a sgonfiarsi rapidamente. L'equilibrio tattico del DXY nell'area 99–100 potrebbe tuttavia essere messo alla prova da eventuali segnali di de-escalation geopolitica o da dati macro USA più deboli del previsto, che riporterebbero rapidamente in primo piano lo scenario di dollaro in calo del 4,4% annuo che l'indicatore ancora registra su base strutturale.

 

 

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Oro: correzione accelerata verso area 4.500–4.700, il pavimento dei 5.000 non ha retto

Nel comparto dei metalli preziosi, la narrativa sull'oro ha subito un aggiornamento significativo nel corso della settimana 16–20 marzo 2026: quella che nell'articolo precedente veniva descritta come una "pausa attiva" sopra 5.050–5.100 si è trasformata in una correzione più brusca del previsto, con i prezzi che hanno abbandonato l'area psicologica dei 5.000 dollari e si sono portati nella fascia 4.490–4.740 dollari, ridisegnando il profilo tecnico di breve in senso decisamente più cauto.

Il 16 marzo lo spot XAU/USD chiudeva ancora in prossimità di area 5.006 dollari, con il quadro tecnico che già segnalava estensione ribassista verso 4.955 e poi 4.903. La perdita del livello pivotale di 5.000 ha poi innescato un'accelerazione ribassista nelle sedute successive: il 20 marzo 2026 l'oro ha chiuso le contrattazioni in area 4.488–4.491 USD/oz, in calo del 3,45–3,48% nella sola giornata, dopo aver toccato un minimo intraday di circa 4.477 dollari. Su base mensile la perdita è di circa il 14% rispetto ai livelli di un mese fa, pur mantenendo un bilancio annuale ancora solidamente positivo: il metallo giallo è in rialzo di circa il 48% rispetto a marzo 2025, a conferma che la struttura di lungo periodo rimane fortemente rialzista nonostante la correzione di breve.

La settimana del FOMC ha rappresentato il catalyst fondamentale della discesa: la Federal Reserve ha mantenuto i tassi fermi al 3,50–3,75% con tono hawkish, esplicitando che i tagli non saranno presi in considerazione fino a evidenze sostenute di rallentamento dell'inflazione. I mercati hanno spostato le aspettative di primo taglio al 2027, riducendo significativamente l'appeal dell'oro come asset non-yielding in un contesto di tassi reali ancora competitivi. Il paradosso del "safe haven" si è manifestato nella sua forma più classica: il conflitto in Medio Oriente e il balzo del petrolio oltre 100 dollari hanno sì alimentato domanda rifugio nella prima parte della settimana, ma la contestuale rivalutazione del dollaro ha poi prevalso, drenando liquidità dal metallo giallo a favore del biglietto verde.

Dal punto di vista delle medie mobili, il 16 marzo i prezzi erano già scivolati sotto le SMA a 20 e 50 giorni (posizionate intorno a 5.115–5.121 USD), mantenendosi sopra le medie di più lungo periodo. L'RSI(14) era a 46,8 in zona neutrale, con ADX a 12,6 in segnalazione di trend debole. Con la chiusura di venerdì 20 in area 4.490, i prezzi si avvicinano ora alla SMA100 in area 4.571 come supporto strutturale dinamico critico — il "pavimento" del bull market di lungo periodo — il cui test rappresenta il discriminante per stabilire se la correzione resta "ordinata nel trend" o evolve in un deterioramento più profondo.

Mappa dei livelli tecnici aggiornata al 20–21 marzo 2026:

  • Supporti: 4.719 (ultimo prezzo operativo intraday); 4.618–4.566 come cluster successivo; 4.502–4.477 (minimi della settimana); SMA100 in area 4.571; 4.395–4.373 come estensione ribassista segnalata da diversi desk
  • Resistenze: 4.765 come primo rimbalzo atteso; 4.846–4.899; 4.945–4.960 (soglia critica per cancellare lo scenario ribassista di breve); 5.000 psicologico; SMA20 a 5.115; R1 pivot a 5.572

In sintesi, al 21 marzo 2026 l'oro ha completato una correzione del 14% circa dai massimi recenti, portandosi in un range di equilibrio 4.490–4.700 dollari che riflette la compressione tra forza del dollaro (FOMC hawkish), rendimenti reali più elevati e domanda da safe haven ancora attiva ma parzialmente "catturata" dal biglietto verde. La tenuta della SMA100 e dell'area 4.475–4.500 sarà determinante per stabilire se il bull market di lungo — ancora integro su base annua con +48% — riprende fiato o se la correzione prosegue verso target più profondi in area 4.275–4.395.

 

GOLD

Argento: crollo violento verso area 68–72, una delle settimane peggiori del 2026

La settimana 16–20 marzo 2026 ha consegnato all'argento uno dei peggiori bilanci settimanali dell'anno: il metallo ha perso quasi il 20% dai massimi intraday di lunedì, con lo spot XAG/USD che venerdì 20 marzo chiudeva intorno a 67,93–72 dollari l'oncia, ai minimi da inizio febbraio e profondamente nel supporto che aveva arrestato ogni significativo selloff da inizio anno.

I dati storici mostrano una progressione ribassista senza soluzione di continuità: da un'apertura settimanale in area 80,86 dollari il 17 marzo, il cross è sceso a 75,91 il 19 marzo per poi crollare a chiudere a 67,93–67,94 USD/oz il 20 marzo, con un minimo intraday di 65,80 dollari — una flessione intrasettimanale di oltre 13 dollari in cinque sedute. Finance Magnates riporta lo spot silver in calo di quasi il 20% dai massimi di lunedì, con quattro sedute consecutive al ribasso, mentre FXStreet rileva una chiusura del 20 marzo a 73,17 dollari (dati FX spot, con lievi discrepanze tra piattaforme).

La causa fondamentale del crollo ricalca il pattern dell'oro — hawkishness Fed, dollaro forte, tassi reali in rialzo — amplificata dalla natura industriale e speculativa del metallo. Il BIS nel quarterly review di marzo 2026 inquadra esplicitamente il picco di gennaio (quasi 121 dollari) come un classico boom-bust da eccesso speculativo piuttosto che un repricing fondamentale duraturo, con un rapporto paper-to-physical di 21:1 che amplifica le oscillazioni in entrambe le direzioni. Rispetto al massimo di gennaio, l'argento ha perso ormai oltre il 40%, sebbene il bilancio annuale resti ampiamente positivo per chi detiene posizioni aperte da marzo 2025.

Livelli tecnici chiave aggiornati al 20–21 marzo:

  • Supporti critici: 68,55 come soglia di accelerazione ribassista; 67,77–67,94 (minimi di chiusura recenti); fascia 62–67 come zona di rischio estremo in caso di rottura netta; 59,95 come target esteso
  • Resistenze: 74,15 come primo test di rimbalzo; 74,56 (ex-supporto ora resistenza); 79,26 soglia critica per cancellare lo scenario short; 83,05 come breakout confermativo del rimbalzo; 89,55 come target rialzista superiore

XAG/USD rimane al di sotto della trendline discendente e di entrambe le medie mobili a 50 e 200 periodi sul grafico H4, con il momentum in territorio negativo. La tenuta dei supporti in area 68–70 sarà il test discriminante: chiusure stabili sop


crude oil

Petrolio: consolidamento in area 97–112 dollari, Brent e WTI cercano equilibrio dopo lo spike da Hormuz

Sul fronte energetico, la settimana 16–20 marzo 2026 ha consegnato un mercato del petrolio ancora strutturalmente teso, ma con una price action più articolata rispetto all'esplosione impulsiva della settimana precedente: dopo i massimi intraday sopra 119 dollari registrati all'avvio del conflitto e confermati ancora a inizio settimana (Brent a 106,50 dollari nelle prime contrattazioni di lunedì 16 con picchi verso la settimana del 9 marzo), i prezzi hanno trovato un range di consolidamento più definito, con il Brent che ha chiuso venerdì 20 marzo in area 110–112,50 USD/barile in rialzo dell'1,27–3,54% sulla giornata, mentre il WTI (CL) ha chiuso a circa 95–98 USD/barile, in progresso del 2,27–2,66% nella seduta del 20 marzo.

I dati di Trading Economics aggiornati al 20 marzo confermano: Brent a 110,03 USD/bbl, WTI Crude a 98,09 USD/bbl, con un progresso mensile rispettivamente del 53,91% e del 47,93%, e performance annua (vs. marzo 2025) del +52,48% per il Brent e del +43,66% per il WTI. La mattina del 20 marzo (ore 8:30 ET) Fortune rilevava il Brent a 107,40 dollari, con un arretramento di 6,31 dollari rispetto alla mattina precedente — riflesso dell'elevata volatilità intraday che caratterizza l'intera fase di repricing geopolitico.

Entrando nel dettaglio della settimana: il lunedì 16 marzo WTI apriva in area 97,50 dollari, con Brent in rialzo verso 106,50 dollari nelle prime ore di contrattazione asiatica sull'eco degli attacchi all'hub di esportazione iraniano avvenuti nel weekend. I prezzi hanno poi limato i guadagni in scia alle dichiarazioni di Trump sulla possibilità di "policing" dello Stretto di Hormuz con una coalizione internazionale, scendendo temporaneamente verso 103 dollari (Brent flat a 103,14 USD/bbl) prima di riprendere la direzionalità rialzista nel corso della settimana. Il 16 marzo Brent scambiava intorno ai 102 dollari alle 9:30 ET, per poi consolidare progressivamente verso la fascia 108–112 dollari a fine settimana.

Il quadro fondamentale resta dominato da tre driver che si auto-alimentano: (1) lo Stretto di Hormuz è ancora di fatto bloccato — con traffico di petroliere ridotto al minimo, diversi attacchi a navi commerciali e produttori costretti a sospendere output per saturazione degli stoccaggi; (2) l'IEA ha autorizzato il rilascio record di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche OCSE per tamponare il deficit di offerta, con il piano di Goldman Sachs che ipotizza un limite logistico a 3 milioni di barili/giorno di rilasci, con phase-out entro inizio giugno; (3) il fronte diplomatico mostra segnali contraddittori — Trump ha sollecitato Cina e altri paesi a partecipare alla riapertura del Corridoio, ma Teheran continua a dichiarare piena capacità difensiva. Goldman Sachs nel base case assume una ripresa graduale dei flussi attraverso Hormuz a partire dal 21 marzo, con 21 giorni di flussi al 10% del normale seguiti da 30 giorni di recupero progressivo; in uno scenario di rischio (chiusura per un mese), Brent potrebbe raggiungere una media marzo-aprile di 110 USD/bbl scendendo poi a 76 dollari entro Q4. Se i flussi restassero depressi, Goldman avverte del rischio di superare il massimo storico del 2008 a 147 dollari.

Dal punto di vista delle medie mobili, le SMA/EMA a 10 e 20 periodi di breve scorrono ancora nettamente al di sotto dei prezzi correnti, convertendosi da resistenze a supporti dinamici nelle fasi di pullback intraday. Il setup delle medie di medio-lungo periodo è quello di un mercato che ha rapidamente recuperato terreno rispetto alle medie plurimensili da cui si era distanziato a ribasso nei mesi precedenti: l'aspetto tecnico più rilevante è la pendenza rapida di avvicinamento delle medie verso i prezzi, che suggerisce un trend rialzista strutturato e non ancora "pienamente scontato" sulle medie lente.

Il momentum misurato dall'RSI giornaliero transita in zona 60–65, con segnalazioni di mercato "caldo ma non surriscaldato"; l'OVX (Oil Volatility Index) segnalato a 121 riflette condizioni di estrema incertezza, mentre l'ATR giornaliero in area 3–5 dollari a seduta rappresenta una volatilità elevatissima ma coerente con un mercato in piena fase di repricing geopolitico. L'ADX su orizzonti 14–20 giorni si colloca su valori compatibili con un trend in rafforzamento, senza ancora configurazioni di esaurimento parossistico.

Mappa tecnica aggiornata dei livelli chiave per Brent (al 20–21 marzo 2026):

  • Supporti: 100,45 (primo test e livello psicologico, anche confine del triangolo); 95 come supporto strutturale intermedio; 90 come supporto importante; 85–83 come zona di medio periodo; la rottura di 90 dollari cancellerebbe lo scenario rialzista con apertura verso 75,65
  • Resistenze: 108–110 (area di consolidamento corrente); 114–119 (massimi spike delle prime sessioni di conflitto); 122,05 come breakout superiore del pattern a triangolo; obiettivo esteso verso 132,55 in scenario rialzista confermato; nella peggiore delle ipotesi, 147 dollari (massimo storico 2008) come estremo di coda

Per il WTI, la settimana 16–20 si è aperta con la barriera psicologica di 100 dollari come principale focus tecnico: la chiusura sopra tale livello avrebbe potuto innescare buying momentum aggiuntivo, ma la volatilità intraday ha alternato sessioni sopra e sotto questa soglia critica, con la chiusura del 20 marzo intorno a 95–98 dollari. I livelli tecnici WTI rispecchiano quelli del Brent con uno spread abituale: supporti a 95, 90, 85 dollari; resistenze a 100 (psicologico), 105, 110 (macro resistance).

La price action della settimana 16–20 mostra candele con corpi mediamente rialzisti ma con upper shadow estese nei momenti di avvicinamento alle resistenze in area 108–110, segno di prese di profitto sistematiche sui picchi; i supporti dinamici in area 100–103 (ex-resistenza ora testata come supporto di breve dopo il breakout) hanno retto nelle fasi di pullback, configurando un pattern assimilabile a un "rising consolidation channel" post-spike, con la struttura dei minimi crescenti da inizio febbraio ancora intatta.

In prospettiva, i catalyst determinanti per la direzionalità delle prossime sedute saranno: (1) gli sviluppi diplomatici e militari sullo Stretto di Hormuz — la data del 21 marzo come ipotetico inizio di ripresa dei flussi secondo Goldman è già operativa al momento di questa analisi, e le prime rilevazioni sui volumi di traffico tanker saranno seguite con attenzione; (2) le letture settimanali delle scorte USA (API martedì, DOE/EIA mercoledì) e l'efficacia dei rilasci SPR coordinati IEA; (3) eventuali aggiornamenti sul fronte dei negoziati per la riapertura della rotta e sulla tenuta della coalition internazionale di scorta ai mercantili proposta dagli USA; (4) il feed-through dell'inflazione energetica sulle aspettative di politica monetaria Fed e BCE, con Powell che ha già segnalato il rischio di dover discutere un rialzo ad aprile in caso di persistenza dello shock.

La struttura tecnica e fondamentale delinea un Brent che, fintanto che Hormuz resta bloccato o perturbato, difficilmente scenderà stabilmente sotto i 95–100 dollari: il premium geopolitico è diventato la variabile dominante, rendendo i livelli tecnici "soft" e i catalyst geopolitici "hard". Una riapertura rapida e credibile delle rotte potrebbe innescare un pullback accelerato verso 90–95 dollari (e poi 85–87 in scenario di normalizzazione), mentre la persistenza delle interruzioni — o un'escalation verso altri hub di produzione del Golfo Persico — manterrebbe il baricentro dei prezzi nella fascia 100–120 dollari per i prossimi mesi, con rischi di estensioni verso i massimi storici in scenari estremi.

NVIDIA: GTC 2026 rilancia la narrativa AI, ma il titolo chiude la settimana in calo verso 175–176 dollari

Le mega-cap USA hanno attraversato una settimana 16–20 marzo articolata, con l'S&P 500 che ha chiuso venerdì 20 marzo a 6.506,48 punti in calo dell'1,5% nella giornata, mentre il Nasdaq Composite ha ceduto il 2% a 21.647,61 punti. Il Dow Jones ha perso 443 punti (-1%) a 45.577,47. La terza settimana consecutiva di perdite per il benchmark USA si è consumata in un contesto in cui le preoccupazioni inflattive legate al petrolio e il tono hawkish del FOMC hanno prevalso sui catalyst positivi della GTC di NVIDIA.

NVIDIA ha vissuto la settimana più attesa del suo calendario annuale con l'apertura della GTC 2026 il 16 marzo: Jensen Huang ha tenuto il keynote annunciando ordini in pipeline verso 1 trilione di dollari tra i sistemi Blackwell e Vera Rubin, svelando la roadmap delle GPU Feynman (successore di Vera Rubin), la nuova piattaforma "AI factories" e la chip NemoClaw abbinata ai sistemi DGX Spark/Station. Morgan Stanley e Bank of America hanno entrambe riaffermato rating overweight/buy con target price rispettivamente rialzisti, con BofA che cita il Feynman e lo switch Spectrum-6/Quantum-X come catalyst strutturali di lungo.

Nonostante l'evento, il titolo ha mostrato una price action controintuitiva: NVDA ha chiuso venerdì 16 marzo a 183,22 dollari (+1,65%, unica seduta positiva della settimana), ma ha poi perso terreno nelle sedute successive — 181,93 (17 marzo), 180,40 (18 marzo), 178,56 (19 marzo) — fino a chiudere venerdì 20 marzo a 176,27 dollari con volumi di soli 41,5 milioni di azioni, rispetto ai 167–217 milioni delle sedute precedenti, segnale di un "buy the rumor, sell the news" smorzato dalla pressione macro. Su base mensile marzo 2026 si chiude con NVDA intorno a 172,93 dollari come media, rispetto ai 191,13 di gennaio, confermando un drawdown YTD ancora significativo dai massimi di fine gennaio.

Mappa tecnica NVDA aggiornata al 20–21 marzo 2026:

  • Supporti: 175–176 (area di chiusura corrente e cluster di minimi della settimana); 171–172 come estensione a breve; MM200 daily (ancora più in basso) come "linea del Piave" strutturale
  • Resistenze: 183–185 (massimi della settimana GTC, area di ex-supporto); 188–191 come zona critica per riprendere slancio; 193–195 come area dei massimi di fine gennaio

Il bilancio della GTC per il titolo rappresenta un caso emblematico di mercato che "anticipa" già il catalogo di novità: la narrativa del trilione di dollari di ordini è positiva strutturalmente ma non sufficiente, in un contesto macro avverso, a innescare un breakout. L'RSI daily si colloca ora in zona 40–45, in area neutra-bassa, con il titolo che ha perso le medie a 20 e 50 giorni come supporti dinamici e che deve ritrovare forza relativa per tornare a navigare sopra queste soglie.

Apple, Microsoft, Amazon: settimana di pressione su tutto il comparto mega-cap

Apple ha chiuso venerdì 20 marzo a 247,99–249,80 dollari, con un range intraday 246,00–249,20. Rispetto al massimo del 2025 in area 280 dollari, il bilancio YTD 2026 rimane in territorio negativo (Apple a dicembre 2025 valeva 280,70 dollari). La struttura tecnica è quella di un bull maturo: prezzi che gravitano nella fascia MM50–MM200, RSI in area neutra, con la tenuta dei supporti in area 244–246 come discriminante per evitare un'estensione verso 235–240.

Microsoft ha chiuso venerdì 20 marzo a 381,87–383,65 dollari, con un range intraday 380,12–387. La progressione settimanale è stata interamente ribassista: da 405 dollari di inizio marzo a 381 di chiusura settimana, con una perdita settimanale di circa l'1,3–1,4%. Il confronto con i massimi di fine 2025 (circa 492–517 dollari) conferma un drawdown YTD superiore al 20–22%, il più severo tra le mega-cap core. La 52-week range è 344,79–555,45, con i prezzi ora nella parte medio-bassa della fascia. Supporti tecnici in area 375–380; resistenze a 390–398 e poi 405.

Amazon mostra una struttura più resiliente: le ultime quotazioni disponibili collocano il titolo in area 207,10–212,92 dollari, con un prezzo che rimane nella fascia 205–215 operativa dell'ultimo mese. Rispetto ai massimi YTD (247 dollari di inizio anno), anche Amazon registra un drawdown significativo (~13–14%), ma la price action degli ultimi 45 giorni appare meno direzionale rispetto a Microsoft, con alternanza di rimbalzi e consolidamenti compatibile con una fase di accumulo tecnico. La zona 200–205 dollari come "base" del trend resta il riferimento strutturale di breve; resistenze a 215–220 dollari.

Alphabet, Meta, Tesla: dinamiche divergenti nel comparto large-cap tech

Alphabet A (GOOGL) ha chiuso le sedute della settimana con una progressione sostanzialmente laterale: da 305,27 il 16 marzo a 307,09 il 19 marzo, con l'ultima quotazione disponibile intorno a 302,58 dollari. Il 52-week range 140,53–349,00 colloca il titolo in zona intermedia, con una struttura tecnica relativamente più ordinata rispetto ad Apple e Microsoft: prezzi sopra le medie di medio periodo, RSI neutro, volatilità contenuta.

Meta Platforms ha chiuso venerdì 20 marzo a 597,89–606,70 dollari, con una performance settimanale in recupero rispetto ai minimi intrasettimanali. Rispetto ai massimi di fine 2025 (oltre 650–655 dollari), Meta registra un ritracciamento di circa l'8–10%, ma la struttura tecnica rimane tra le più solide del comparto: il titolo consolida in area 600–650 con minimi crescenti dall'inizio dell'anno, RSI in zona neutra-alta e un'impronta di accumulo istituzionale ancora visibile.

Tesla ha chiuso la settimana in area 367,96 dollari, confermando il trend di debolezza che l'articolo precedente descriveva già con RSI intorno a 28 e segnali di downtrend di breve. Il drawdown dai massimi rimane marcato, con la fascia 365–395 come zona di primo test tecnico a breve.

In sintesi ... terza settimana di perdite consecutive

Il quadro complessivo degli indici USA alla chiusura del 20 marzo 2026 è quello di un mercato in correzione ordinata ma persistente: l'S&P 500 a 6.506 punti e il Nasdaq a 21.647 mostrano la terza settimana consecutiva di perdite, con il Russell 2000 (small cap) che ha ceduto il 2,3% a 2.438 punti, segnalando che la pressione non è limitata al solo comparto tech ma si estende all'intera struttura di mercato. Il VIX ha registrato un incremento del 27,31% nell'ultimo mese, riflettendo un ambiente di rischio più teso rispetto all'inizio dell'anno.

Il rally del 16 marzo — con S&P +1%, Nasdaq +1,2%, Dow +388 punti — innescato dalla dichiarazione di Bessent sulla possibilità di ripresa del transito delle petroliere e dall'apertura della GTC, si è esaurito nel corso delle sedute successive sotto la pressione di inflazione in rialzo, rendimenti obbligazionari più alti e timore di un FOMC più hawkish del previsto.

Le Magnificent Seven nel 2026 confermano la sottoperformance rispetto all'S&P 500 già segnalata in precedenza: con un indice Bloomberg del gruppo sceso di circa il 7% YTD, il contributo alla performance dell'indice si è invertito rispetto al 2023–2025. I finanziari (JPMorgan, Bank of America, Goldman Sachs) e i difensivi (Procter & Gamble, Coca-Cola, Johnson & Johnson) continuano a offrire il profilo tecnico più stabile: prezzi sopra MM200, RSI neutro, drawdown più contenuti rispetto al tech, in un contesto che premia la stabilità dei flussi di cassa rispetto alle narrative di crescita AI. Il pattern di rotazione settoriale — da mega-cap tech verso finanziari, energia e difensivi — si conferma come la struttura dominante del mercato USA nella fase attuale, con la GTC di NVIDIA che ha prodotto stimoli di lungo periodo sulla narrativa AI senza tuttavia essere riuscita a invertire il momentum di breve in una settimana segnata da macro avverso.

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